Chi Sono

Con un certo istinto si nasce: non si può diventare scrittori se non c’è una luce, almeno soffusa, dentro.

Come nasce questa passione

Tutto inizia solo pochi anni fa. Mi trovo in ufficio, un giorno qualsiasi dell’estate 2015, e a metà pomeriggio un collega si volta verso di me e mi suggerisce l’idea di partecipare al “Prada Journal”. Il concorso letterario è alla terza edizione, non richiede costi di adesione e prevede, per i vincitori, un premio in denaro e la pubblicazione all’interno di un’antologia digitale.

Ringrazio il collega e gli rammento che nella vita recupero crediti. Né gli studi classici né la mia passione per la scrittura possono ormai cambiare le cose. I tempi in cui sognavo di fare il giornalista e scrivere magari qualche libro sono sepolti da un pezzo. Ho una famiglia, dei figli, troppe partite di calcio da giocare e vedere e troppe bottiglie con cui brindare.

La sera stessa o forse la successiva, torno a casa e scendo in taverna a recuperare un vecchio faldone in cui conservo tutti i miei scritti sin da quando ero ragazzino: qualche poesia d’amore, gli articoli redatti nel triennio in cui collaborai con alcune testate giornalistiche locali, pensieri scomposti gettati su un foglio di carta, recensioni dei miei film preferiti e molto altro. A un certo punto mi passa tra le mani l’abbozzo di un racconto scritto diversi anni prima.

Ne rileggo l’incipit:
Anni di letture, di viaggi e scoperte, di cinema notturni, di donne e bagordi. Anni vacui, giorni splendidi e vitali che sembravano eterni. Mattine passate davanti allo specchio guardando i miei occhi con i miei occhi, parlando al volto riflesso. Ghigni e sorrisi, lacrime e bestemmie per trovare la forza. I caffè della mattina, la barba incolta, le giacche e le cravatte di tinta unita, gli sbadigli tardivi, i risvegli affannati. E poi il lavoro, il lavoro, l’uscita, le corse a casa, le cene di corsa, gli sballi, le domande assurde ai passanti alle quattro del mattino, ubriaco sul marciapiede. La sveglia alle sette. Il ritorno.

I bambini già dormono e mia moglie sta guardando un programma alla tv. Chiudo la porta della taverna e rileggo anche le poche righe restanti. Inizio a modellarle, poi a scriverne qualcuna in più.
La storia di Mike e del suo amico Sonny prende rapidamente piede e dopo qualche settimana completo la mia opera prima, intitolata “Un colpo solo”.
È tuttora il mio racconto preferito, nonché il più lungo che abbia mai scritto. Conta mille difetti, lo so bene. Non ha mai vinto il “Prada Journal” e non è mai stato pubblicato. Non ancora, perlomeno. Eppure lo amo. Lo idolatro, anzi. Tutto è partito da lì, tutto è nato da Mike, dalla sua mente distorta, dalle nottate di bagordi, dai ricordi, dalla rabbia che esplode contro il resto del mondo.

A luce spenta”, “Come avvolto da una nube di cenere” e tutti gli altri racconti che nacquero di lì a poco, non sarebbero mai esistiti se avessi lasciato incompiuto “Un colpo solo”, se non avessi chiuso gli occhi e immaginato di guidare lungo un’autostrada con un vecchio amico al mio fianco, ascoltando la mia canzone del cuore:
La radio, nemmeno a farlo apposta, passa “Born to run”. Io non posso far altro che alzare al massimo il volume e fermarmi a pensare e sorridere per tutti i quattro minuti e mezzo di questa canzone. Credo che anche Sonny stia pensando. Si è girato a guardarmi proprio quando Bruce dice a Wendy che un giorno cammineranno nel sole. Mi guarda senza parlare. Non ce n’è bisogno, sul serio. L’autostrada è morta questa sera.

In quell’estate 2015 divenni uno scrittore.
Sono successe tante cose da allora: le ore passate a riordinare le storie brulicanti nella mia mente, le bozze corrette dalla mia grande amica Chiara, i giudizi discordanti dei primi lettori, i manoscritti spediti a decine di case editrici, i piazzamenti nei tanti concorsi letterari cui ho preso parte, la prima telefonata di “Ensemble”, la pubblicazione di “Fuoritempo”.

Eppure quel primo racconto, il momento in cui “Un colpo solo” prese magicamente vita, ebbene quello resta lo snodo che ha rivoluzionato la mia vita.
Sono passati tre anni da allora e se dovessi, oggi, spiegare i motivi che mi hanno portato a scrivere, credo che ribadirei i concetti espressi nella presentazione della mia prima raccolta di racconti intitolata “Scrivo senza respiro”:
Sto per compiere quarant’anni. Troppi, per quanto mi riguarda. Di certo sufficienti ad accumulare esperienze tali da poter riempire migliaia di pagine. Eppure, sino a ieri, non ho scritto praticamente nulla. Ho racimolato ricordi, vissuto avventure, moltiplicato domande e perplessità. Sempre con il desiderio sfrenato di buttarmi su un foglio bianco a cercare risposte, dandomi libero sfogo, senza remore e senza veli.
Ed ora, qui, mentre guardo il mare ascoltando la mia musica e fra le onde mi sembra di leggere riflessa la scritta imperiosa impressa per sempre sulla mia pelle, ho deciso che è davvero giunto il momento.

Ci sono arrivato tardi, ci sono arrivato per contrarietà, ma ho finalmente deciso di liberare la mia mente attanagliata da dubbi, speranze, fallimenti e illusioni. Lo farò correndo, nell’unico modo che mi viene semplice. Senza affanni, senza cercare per forza il modo giusto. Voglio solo scrivere e raccontarmi attraverso gli sguardi alienati dei miei eroi. Voglio che emergano la rabbia e la lucida follia insite in ciascuno di noi.

Non baderò al vostro giudizio, né voi giudichiate la mia vita in base a quello che leggerete. Il protagonista di ogni storia sarò io e tutti voi, nessuno escluso. Alle mie spalle, vedete, non c’è il vuoto. Il sole batte alto e possente sulla mia schiena. A pochi metri stanno mia moglie e due bellissimi bambini, che sono i miei figli. Ora che sto per girarmi e tornare da loro, sento di non aver paura di nulla. I demoni che devo affrontare non sono qui con me ora, né nel mio passato, che è scappato via senza scossoni, con poche scene memorabili e quasi nulla da insegnare. La mia è una vita comune di un uomo comune, vissuta senza traumi da superare o tragedie da inventare per rendermi più credibile.

È solo nella mia mente disordinata e contorta che si annidano tutti gli sconosciuti protagonisti delle storie che verranno, così lontani e così vicini fra loro, così immersi nel loro dolore, nelle loro solitudini, nel buio ai margini di ogni città. Scrivo per liberarla, questa mente, scrivo sapendo che non è più possibile tener tutto dentro di me, scrivo per paura di non avere abbastanza tempo, scrivo senza respiro nella lotta eterna contro il mio tempo.

Grazie a chiunque mi abbia spinto a farlo.

Alessandro Vanzaghi