Scrittore affermato, sciupafemmine alcolista dalla mani bucate, è costretto dalle circostanze a tornare in patria (Inghilterra) per ricoprire l’inedito ruolo di insegnante universitario. Sarà per lui un’occasione per riflettere sugli errori commessi e ritrovare, forse, se stesso. Li adoro, i personaggi come Kennedy Marr, egoisti e narcisi, che si godono la vita “poichè è il modo migliore per vendicarsi”. Li adoro perchè mi riportano al più grande di tutti, in questo senso, il “mio” Bukowski; perchè mi rendo conto che ogni bicchiere scolato è il solito cliché, ma comunque irrinunciabile; perchè nel loro cuore c’è spazio solo per la scrittura; perchè hanno il coraggio di prenderla a schiaffi, la vita, e di godersela sul serio, alla faccia di chi può soltanto stare a guardare. Non li biasimo, e come loro, rido di chi li critica e si permette di indicargli la strada buona. E’ soltanto invidia, o quantomeno incapacità di ammettere che un’esistenza grigia e abitudinaria non è il modo migliore per scacciare la morte. O il pensiero della morte. Ah, dimenticavo: se vi fosse mai capitato di spalancare di colpo gli occhi alle due del mattino, colpiti da un’idea e dal desiderio impellente di concretarla su una pagina bianca bevendoci su qualcosa di forte, ebbene, questo è il libro per voi.
“Si era ammazzata per dodicimila sterline. Avrebbe potuto farle un assegno su due piedi per quella cifra… Kennedy aveva pianto, rannicchiato sul brutto pavimento laminato del brutto appartamento in affitto di sua sorella. Avrebbe dovuto aspettare, avrebbe dovuto distillare quel mosto ancora a lungo, prima di essere abbastanza pronto per un romanzo. Un po’ come ci volevano tre tonnellate di petali di rosa per fare un libro di olio di rosa, Kennedy sapeva che ci voleva molto dolore, molta esperienza, per partorire tre o quattrocento pagine di narrativa.”
