Alla sesta riga ho avuto il primo capogiro. Alla sesta pagina ho lasciato cadere il libro a terra, maledicendomi. Eppure, un po’ per la lunghezza non eccessiva, un po’ per la notorietà dell’autrice, un po’ per un insano desiderio di autolesionismo, mi sono imposto di andare avanti. E’ il racconto di una giornata londinese del primo Dopoguerra, che culmina in un ricevimento a casa della protagonista, signora dell’alta borghesia. E’ anche un prodotto artefatto, difficilmente digeribile. La lettura costa fatica: ci si trova a ritornare su interi paragrafi, privi di punteggiatura e ricchi di parentesi e voli pindarici, per cogliere un minimo di nesso logico con quanto magari scritto soltanto sulla pagina precedente. Dialoghi ridotti all’osso, lunghissime riflessioni su argomenti futili, forzature, sbandamenti: non c’è nulla che funzioni, quantomeno per un lettore medio quale sono io. Illeggibile o quasi. E’ il mio addio a Virginia Woolf.
