Un dissidente del regime fascista trascorre due anni in esilio forzato nei borghi sperduti della Lucania (l’odierna Basilicata). L’attaccamento dell’autore per questa terra e la sua gente è evidente e viscerale. Le tante persone in cui si imbatte il protagonista, artista di mestiere e medico improvvisato, sono poverissime, disilluse, apolitiche, private della speranza di una via d’uscita e così attaccate alla propria terra da sentirsi tutt’uno con essa. Lo stile narrativo, nel tentativo forse di ricalcare l’isolamento economico e sociale di luoghi sospesi nel tempo e il grigiore di monti e colline inospitali e brulli, è descrittivo, placido e tutt’altro che essenziale. La carenza di dialoghi è una scelta precisa che invita il lettore a contemplare paesaggi e situazioni dall’esterno, tenendosi in disparte. Un libro che si legge a fatica, incentrato su gente emarginata e ignorante, ma destinato a palati fini. Contraddizione in termini?
