Pederasta s’invaghisce a prima vista di una ragazzina dodicenne e la convince, con le buone e le cattive, a diventarne l’amante. I due vivranno “on the road” il loro torbido e segreto rapporto. Non oso nemmeno immaginare quanto coraggio ci volesse a pubblicare un’opera del genere nell’America perbenista degli anni Cinquanta. Sbalordiscono la caratterizzazione psicologica del protagonista e della sua “ninfetta” (la Lolita del titolo); l’assenza di facili morbosità; la leggerezza di alcuni momenti, quasi una boccata d’aria fresca per chi legge; l’astensione dell’autore da ogni giudizio morale. Tutte cose ammirevoli e non è mai facile scrivere qualcosa di negativo riguardo a un classico (il mio odio viscerale per il “Moby Dick” di Melville mi procura insulti di continuo), ma non posso esimermi dal segnalare che senza tanta pazienza, altrettanta volontà e un vocabolario sempre a portata di mano, andare oltre le prime trenta pagine sarebbe stata una sfida. Vero è che i libri non devono essere necessariamente “per tutti”, ma in molti passaggi qui siamo al limite della comprensibilità, con uno sfoggio dell’arte di scrivere a dir poco esasperante.