Wikipedia la definisce “la storia schietta e anti-retorica di un latitante…”, ma personalmente in questo lunghissimo romanzo di schietto e anti-retorico ho trovato ben poco. Premessa: gli aspetti positivi non mancano. La storia in sé, anzitutto, pregna di situazioni e personaggi, avventurosa, folle e brutale: la storia di una vita al massimo, dove accadono così tante cose da lasciare inebetito e incredulo il lettore. L’ambientazione, poi: vi si racconta l’India (Bombay, in particolare) con i suoi mille colori, le passioni, le contraddizioni, l’anima religiosa e la genuina amoralità delle milioni di persone che la popolano. L’enormità del progetto, anche: il libro, scritto in condizioni estreme e in buona parte autobiografico, conta oltre mille pagine e tredici anni di gestazione. Vi si ritrovano la passione dell’autore, una immedesimazione totale, il coraggio di esporsi nel raccontare i propri errori (le rapine, i furti, la droga), eppure l’impressione che ne ho ricavato è quella di un grattacielo costruito su basi poco solide. Troppi gli avvenimenti narrati e i personaggi positivi in una storia in cui decine di persone vengono picchiate a sangue o ammazzate, troppe le coincidenze e le situazioni inverosimili. E poi ci sono figure femminili prive di sostanza (la Karla di cui il protagonista si innamora perdutamente è un fastidiosissimo ensemble di frasi fatte, sguardi allusivi, segreti e bugie); capi mafia nelle vesti di guide spirituali; boia professionisti che sono soprattutto ottimi amici e brave persone; baraccopoli suggerite come luoghi di villeggiatura ideali. Il tutto condito da uno stile in cui la metafora regna sovrana, la frase a effetto è sempre dietro l’angolo, la descrizione di uno straccio qualsiasi non trascura il pur minimo dettaglio e il dono della sintesi viene lasciato ai posteri. Soprattutto, c’è lui, l’eroe invincibile che prende cazzotti e proiettili dall’inizio alla fine, si inietta dosi di eroina che ucciderebbero cavalli, sopravvive in ordine sparso a un’epidemia di colera, a un incendio, a una guerra, al carcere duro, a sicari ingaggiati dalla mafia. No, morire non si può. Lui resta bello forte lucido e pieno di muscoli, si rimette sempre in piedi, beve con moderazione e sa dire “ti amo”, non tradisce e non uccide a sangue freddo, si inventa medico di base e salva vite senza medicinali. Non va nemmeno a disoneste, nonostante portarsi a letto la sua amata gli costi mille fatiche e trecentomila parole. Lui, Greg Roberts, coi suoi travestimenti e i suoi passaporti autoprodotti, col suo sorriso sornione e la corazza da guerriero, si idolatra a ogni pagina, pur passando il tempo a parlare male di sé. Con un pizzico d’orgoglio posso affermare con assoluta certezza che, per quanto mi riguarda, non l’ha fatta franca.
