Significato del titolo in breve: “l’hobby di osservare i treni in transito e segnarsi i loro numeri di matricola. In alcune circostanze, soprattutto nello slang, può riferirsi a un’ossessione per qualcosa”. Ossessione per la droga, in questo caso. Per l’eroina, nello specifico. Quella che si iniettano a intermittenza i protagonisti di questo spaccato di vita (e di morte) della gioventù scozzese dei primi anni Novanta. Un libro perfettamente asimmetrico, senza logiche temporali, con personaggi e circostanze che si accavallano e confondono mettendo a dura prova la memoria del lettore. L’autore varca confini e inibizioni, mettendo in scena cose che altri non hanno nemmeno la forza di pensare. Libro coraggioso, che non nasconde la disperazione e l’orrore, ma nemmeno l’euforia, l’orgasmo e la sensazione di onnipotenza che regala un’iniezione di ero, prima di riprendersi tutto con gli interessi. Il film, rivisto di recente, non ha lo stesso effetto dirompente, ma non tradisce affatto il messaggio del romanzo. Welsh (sono al suo terzo libro) si insinua con prepotenza nel novero dei miei scrittori preferiti.
