Tre libri di un autore bastano e avanzano per farti capire chi hai davanti e convincerti se valga la pena o no approfondirne la conoscenza. Nel caso di Caldwell, considerando che dopo i suoi due capolavori “La via del tabacco” e “Piccolo campo” anche questa lettura “minore” mi ha più che convinto, la scelta è compiuta e definitiva. “Georgia boy” (questo il titolo originale) racconta attraverso una serie di episodi non necessariamente in successione temporale le avventure perlopiù comiche della famiglia Stroup (padre, madre, figlio adolescente) e del “povero orfano negro”, loro servo tuttofare. Siamo nel sud-est degli Stati Uniti d’America agli inizi del Novecento e le condizioni di povertà, arretratezza e ignoranza sono quelle che l’autore ha raccontato anche nelle sue opere maggiori. Qui forse il timbro grottesco tende a prevalere (esilarante soprattutto il predominio morale e fisico di Ma Stroup nei confronti del marito, ma anche le iniziative no-sense di quest’ultimo e le reazioni di Belloccio Brown, il ragazzo di fatica, alla vessazioni dei padroni), ma il substrato resta quello di una profonda miseria, dove la condizione imposta dal divario sociale, economico e persino geografico resta ineluttabile. Se questa è un libro di secondo piano nella sua bibliografia, cosa avrà ancora in serbo per me il buon Caldwell?
